Dovevamo fare qualcosa

“Finalmente tutte quelle persone se ne sono andate.
Che bello il silenzio… Vorrei tanto andare nel posto dove mi porta mamma la domenica.”

Lara sta preparando per me una pizza con cipolla, carote e mozzarella. Per lei si è già scelta, da una scatola colorata, una porzione di spaghetti al sugo.

“E dove andate con la mamma la domenica?”

“Al cimitero”.

Lara ha cinque anni. Del funerale di suo padre ricorderà le ginestre, il suo vestito nuovo, i giocattoli regalati dagli amici della mamma, gli altri bambini che la guardavano strani. 

Io, Natalia, mio papà l’ho perso quando di anni ne avevo dieci. A sedici anni si è ammalata anche mia mamma: tumore al cervello, un volo in elicottero, il reparto scuro di un ospedale romano, poco prima di Natale. Quell’anno i regali me li portarono le vicine, mentre io imparavo a stendere la biancheria.

“Vedrà, è stata talmente tanto vicina a sua mamma, negli anni, che questa volta con il lutto andrà meglio; sarà più facile”. Mi ha detto il mio terapista l’anno scorso.

Peccato non aver calcolato tutte le persone che mi volevano bene ma non sapevano cosa dire, gli amici della mia età che non sapevano cosa fare, una rete famigliare che non c’era mentre mi ritrovavo a dover affrontare, a 33 anni, non solo il dolore ma anche una montagna di burocrazia, in un sistema di welfare che affida il supporto al lutto quasi esclusivamente alle reti personali.

Secondo le statistiche europee, in questo incubo non sono da sola: un bambino o bambina ogni trenta perde un genitore, fratello o sorella prima dei 18 anni[1]. Le conseguenze ricadono non solo sul nucleo familiare, ma sull’ambiente scolastico, lavorativo, sociale.

Dovevo fare qualcosa.

Così ho iniziato a parlarne e a fare interviste. Emma, Arianna, Elisa e Giada ci hanno creduto con me, e abbiamo iniziato a lavorare insieme a questo progetto.

[1] Da un articolo di “Vita” del 27 Marzo 2019, Bambini, cosa succede quando muore una persona cara?